Appunti

Dal pensiero all'azione: trasformare le buone intenzioni in risultati

Daniela LaurentiPsicologa e Coach ACC

4 minuti di lettura

I quaderni pieni di propositi non mancano. Manca il passo che si può fare martedì, con il nome di una persona e un orario scritto sopra.

Un gruppo di lavoro intorno a un tavolo, con un piano scritto sulla lavagna

Conosco persone ordinatissime nei propositi. Hanno l'elenco, a volte anche il quaderno bello, quello che si compra apposta a gennaio. A marzo è nel cassetto, con il segno ancora sulla prima pagina. Non sono pigre. Sono affezionate all'intenzione, che fa sentire già a posto senza chiedere nulla al calendario.

L'intenzione ha un vantaggio enorme: non può fallire. Finché resta nella testa, è pulita, coerente, all'altezza dell'idea che hai di te. Il primo gesto, invece, è goffo. Una mail scritta male. Una telefonata in cui ti impappini. Venti minuti davanti a una tela che non diventa un quadro. Davanti a quel goffo, molti tornano al pensiero, che almeno non li smentisce.

Il pensiero non fallisce. Il primo gesto sì, ed è proprio per questo che conta.

Dove l'intenzione non basta

Nello sport questo trucco dura poco. Puoi pensare il tuffo per una settimana. Se non sali sul trampolino, il corpo non impara niente. L'intenzione non lascia traccia nei muscoli, e l'allenatore se ne accorge al primo salto. Nella vita adulta, invece, ci premiano per averci pensato. La riunione in cui «abbiamo condiviso la visione» conta come lavoro, anche se il lunedì nessuno fa una cosa diversa da venerdì.

Lo vedo nelle aziende piccole, quelle in cui il titolare è anche l'agenda. Si esce da un incontro con cinque priorità. La settimana dopo le cinque sono ancora lì, più due urgenze vere. Nessuno ha mentito. È che un elenco di intenzioni, senza un nome e un giorno, è un augurio.

Con i privati è lo stesso film, solo più silenzioso. «Quest'anno mi rimetto in carreggiata.» «Vorrei tornare a dipingere.» «Devo parlare con mia sorella.» Frasi giuste. Se chiedo che giorno, cala un silenzio diverso, quello di chi si accorge che la frase non aveva un posto nel calendario.

Che cosa fai giovedì

Quando una persona mi dice che vuole cambiare lavoro, o rimettere ordine nelle giornate, la prima domanda non è «qual è il tuo sogno». È «che cosa fai giovedì». Se giovedì è identico a mercoledì, il sogno è ancora un pensiero. I pensieri sono utili. Servono a scegliere. Non spostano la sedia.

Il passo che funziona è quasi sempre più piccolo di quello che la persona ritiene dignitoso. Ci vergogniamo dei passi piccoli perché ci sembrano poco all'altezza del progetto. Intanto il progetto resta fermo, e la vergogna aumenta, e il passo successivo ci sembra ancora più indegno. È un circolo. Si rompe facendo la cosa modesta, non aspettando di sentirsi all'altezza.

Una mail. Una telefonata di dieci minuti. Mezz'ora con il tavolo libero, non «ricominciare a dipingere». Lo dico spesso e vedo la delusione sul viso. La persona sperava in un piano. Il piano arriva dopo, quando esiste almeno un fatto. Prima del fatto, qualunque piano è letteratura.

Tre cose, non trenta

Io chiedo tre cose, e basta. Un'azione che si vede. Un giorno, con l'ora se possibile. Una persona che ne è informata, anche solo un'amica. La terza è quella che si vorrebbe saltare. Detto ad alta voce, il proposito smette di essere un segreto tra te e il quaderno. I segreti si possono rimandare all'infinito. Le cose dette a qualcuno hanno un ritorno.

Poi si guarda che cosa è successo, senza processo. Se non l'hai fatto, non serve la predica e non serve rifare l'elenco più bello. Serve capire che cosa si è messo in mezzo. A volte è paura, e si può nominare. A volte è un'agenda davvero piena, e allora il passo era troppo grande. A volte è un obiettivo che non era tuo, e il corpo lo sapeva prima della testa. Anche questo è un risultato: ti evita di trascinare per un altro anno un'intenzione presa in prestito.

Le buone intenzioni non sono il problema. Il problema è lasciarle sole, al buio del cassetto, convinti che pensarci ancora un po' le farà maturare. Non maturano. Si raffreddano. Il gesto, anche storto, le tiene in vita.

Ritratto di Daniela Laurenti davanti alla libreria

L'autrice

Daniela Laurenti

Psicologa e Coach ACC certificata ICF. Accompagna privati e aziende, e scrive di scelte, lavoro e arte.

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