Appunti

Sliding Doors: il valore delle scelte che non avremmo mai fatto

Daniela LaurentiPsicologa e Coach ACC

4 minuti di lettura

C'è una porta che si chiude e una che, in quel momento, non vediamo nemmeno. Il coaching serve a guardarle tutte e due prima di raccontarsi che non c'era scelta.

Orizzonte sul mare all'alba, una linea tra due distese

Il film l'ho rivisto per caso, una sera in cui non avevo voglia di niente di impegnativo. Due vite della stessa donna, divise da una porta della metropolitana che si chiude o non si chiude. Mi è restata addosso una cosa sola: quanto poco ci vuole a chiamare «destino» una scelta che abbiamo fatto di fretta.

In studio succede la stessa scena, senza treno e senza colonna sonora. Una persona si siede e apre con una frase già chiusa. Non potevo fare altro. Se restiamo lì, la conversazione è finita prima di cominciare. Se invece stiamo un po' sulla frase, quasi sempre compare un'altra porta. Non era comoda. Non era quella che la famiglia si aspettava. Non era quella che lei stessa si era raccontata per anni. Ma c'era.

Chiamiamo destino una scelta fatta di fretta, quando non vogliamo più guardarla.

La porta che non vediamo

Io vengo dallo sport, prima che dal coaching. Nei tuffi, sul bordo, hai pochi secondi e una sequenza che il corpo deve conoscere meglio della testa. Lì non c'è tempo per il racconto. Fuori dalla vasca il tempo c'è, e lo usiamo spesso per convincerci che ha deciso qualcun altro: il capo, il mutuo, l'età, «il momento».

Il punto non è che quelle cose non pesino. Pesano. Un affitto da pagare non è un'opinione. Però, anche dentro un vincolo vero, resta quasi sempre un margine. Cambiare il modo in cui dici una cosa. Spostare una scadenza. Tenere un'ora alla settimana per quello che rimandi dal duemilaventi. Il margine è stretto, e proprio per questo lo scambiamo per zero.

Una persona, non molto tempo fa, mi ha detto che non poteva lasciare un ruolo che la svuotava, perché «a cinquant'anni non si ricomincia». Le ho chiesto che cosa, di preciso, non poteva. Non il ruolo intero: una riunione, un cliente, una responsabilità presa per abitudine. Su quella fetta, la porta c'era. Il resto della frase, l'età, era il modo per non avvicinarsi alla maniglia.

La versione ufficiale di noi

Una scelta che «non avremmo mai fatto» di solito è una scelta che non ci assomiglia secondo la versione ufficiale. Quella versione è stretta. Ci sta la professione giusta, la città giusta, il carattere che non dà problemi agli altri. Appena provi a uscire da lì, scatta il senso di colpa, come se stessi tradendo qualcuno.

Quel qualcuno, spesso, sei tu di dieci anni fa. Hai firmato un patto e non l'hai più riletto. Il coaching, quando funziona, è una rilettura. Non per buttare via il patto. Per vedere se le clausole sono ancora tue.

Mi colpisce quanto siamo bravi a raccontare la porta chiusa e quanto siamo frettolosi con quella aperta. La porta chiusa ha una storia, una ragione, a volte un lutto piccolo. Quella aperta è solo un'ipotesi, e le ipotesi ci mettono a disagio perché chiedono un gesto. Finché resta un'ipotesi, non dobbiamo spiegarla a nessuno.

La porta di questa settimana

Nel lavoro insieme non cerco la svolta da film. Cerco la porta che si può aprire entro venerdì. Una conversazione in famiglia rimandata. Un no a un progetto che toglie il sonno. Un'iscrizione che sta nel cassetto da tre anni. Sembrano poco. Sono il punto in cui la vita smette di essere un copione e torna a essere una prova.

Non tutte le porte vanno aperte. Alcune si chiudono e fanno bene: proteggono, chiudono un capitolo, evitano un guaio. Ho visto persone ostinarsi su una soglia solo perché si erano raccontate di essere «quelle che non mollano». Mollare, a volte, è la scelta adulta. Tener duro, a volte, è solo paura di ammettere che la direzione era sbagliata.

Il lavoro, in sessione, è dare un nome alle due porte senza abbellirle. Che cosa perdo se attraverso. Che cosa perdo se resto. Chi se ne accorge. Che cosa so già, e che cosa sto immaginando per non decidere. Quando i due elenchi stanno sul tavolo, la frase «non avevo alternative» di solito non regge.

Se da un po' racconti la tua vita così, fermati un momento prima di archiviarla. Quasi sempre un'alternativa c'era. Magari non ti piaceva. Vale la pena guardarla in faccia, anche solo per scegliere di nuovo, stavolta sapendo che stai scegliendo.

Ritratto di Daniela Laurenti davanti alla libreria

L'autrice

Daniela Laurenti

Psicologa e Coach ACC certificata ICF. Accompagna privati e aziende, e scrive di scelte, lavoro e arte.

Chi sono

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