La prima volta che ho portato un piccolo gruppo in un museo per lavoro, qualcuno mi ha chiesto se doveva «capire» le opere. Gli ho detto di no. Capire viene dopo, se viene, e di solito viene da una didascalia che si può leggere con calma. Prima c'è un fatto più utile, e più difficile da ammettere: tu, davanti a quella cosa, che cosa fai.
Ti avvicini. Ti irrigidisci. Cerchi il foglietto per non restare solo con quello che provi. Ridi, e non sai perché. Ti viene in mente una persona, e la scacci perché «non c'entra». In quei primi dieci secondi c'è più materiale di coaching che in mezz'ora di discorso sugli obiettivi.
L'opera non ti chiede di essere colto. Ti chiede di accorgerti di dove vai, appena non sai che cosa dire.
Uno specchio che non ti conferma
L'opera, in quel momento, non è un esame e non è un sottofondo elegante. È uno specchio un po' scortese, perché non conferma la versione ufficiale di te. Una persona molto controllata si scopre ferma dieci minuti davanti a un quadro disordinato, e ne esce irritata, come se il pittore le avesse mancato di rispetto. Un'altra, che si descrive come «poco sensibile», ha gli occhi lucidi e si vergogna del fatto che gli altri possano vederlo.
Non interpreto il quadro al posto loro. Non sono una storica dell'arte: quella, nel progetto, è Rosy, e fa un lavoro che il mio non sostituisce. Io chiedo che cosa è successo nel corpo, prima dell'opinione. Dov'era lo sguardo. Che dettaglio hai saltato perché eri occupato a decidere se «ti piaceva». Il piacere è un criterio povero, in questi casi. Conta di più che cosa l'opera ha mosso, anche se è fastidio, anche se è noia. La noia, davanti a un'opera, spesso è una difesa. Vale la pena chiedere da che cosa.
È lo stesso movimento del coaching, solo che il materiale non è un obiettivo scritto su un foglio. È un incontro. L'arte costringe a tollerare un po' di non sapere. Nel lavoro e in famiglia, invece, vogliamo la risposta subito, e se non c'è ci inventiamo una storia plausibile pur di non restare nel vuoto. Davanti a una scultura la storia non regge a lungo. Resta la sensazione. Da lì si può parlare di una scelta vera, non di una scelta già vestita bene.
Non serve essere del mestiere
Non serve aver studiato, né aver «sempre amato l'arte». Serve essere disposti a non avere la frase giusta per qualche minuto. È più raro di quanto sembri. Molte persone competenti soffrono il non sapere più di una critica. In museo quel fastidio si vede benissimo, e si può usare. Chiedo: dove altro, nella tua settimana, fai la stessa cosa? Cerchi la didascalia, cioè la spiegazione già pronta, per non restare con un'impressione tua.
Le risposte aprono stanze che in ufficio restano chiuse. Un responsabile che non sopporta le riunioni senza agenda si riconosce nel modo in cui gira intorno a un'opera senza fermarsi. Una persona che dice di non saper decidere scopre di aver scelto, in tre secondi, a quale quadro avvicinarsi. Il corpo decide prima del discorso. Il coaching, per me, è anche imparare a fidarsi di quel anticipo, senza consegnargli le chiavi di tutto.
Poi si torna fuori. La strada è la stessa di prima, il traffico anche. La persona, un po' meno. Ha visto un pezzo di sé che nella giornata ordinaria non ha spazio, perché lo spazio è occupato da cose urgenti e da un'idea di sé molto stretta. Allargare quello spazio, anche di un'ora, è già un lavoro. Il resto, gli obiettivi, i passi, vengono dopo, e vengono meglio se questo sguardo c'è stato.

L'autrice
Daniela Laurenti
Psicologa e Coach ACC certificata ICF. Accompagna privati e aziende, e scrive di scelte, lavoro e arte.
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