Mi scrivono persone molto diverse, e quasi tutte aprono il messaggio con una scusa. «Non è niente di grave.» «Forse è una cosa da poco per una professionista.» «Non so se è il caso di disturbare.» Di solito è il caso. Il life coaching, quello che faccio con i privati, serve proprio quando la vita non è rotta ma è ferma, e tu hai smesso di raccontarlo perché ti sembra di non avere il diritto di lamentarti.
Chi arriva è spesso una persona che funziona. Lavora, ha relazioni, porta a termine le cose, riceve anche dei complimenti. Dentro, però, c'è una domanda che non trova posto a cena e non trova posto in ufficio. Se questo è ancora il lavoro che voglio. Se la scelta fatta a trent'anni vale ancora a cinquanta. Se il tempo che resta lo sto usando o lo sto solo riempiendo per non sentire il vuoto. Non è patologia. È una soglia. Il coaching sta su quella soglia, non oltre e non prima.
Se funzioni, non sei fuori posto qui. Spesso sei esattamente la persona che rimanda da più tempo.
Che cosa succede, in concreto
Ci vediamo, di persona o online, e parliamo di una questione alla volta. Non della vita intera, che in un'ora diventa nebbia. Tu parli. Io faccio domande, ogni tanto ti fermo quando stai girando intorno alla stessa frase da dieci minuti. Non è maleducazione. È il segnale che quella frase ti protegge da quella successiva, che è la tua.
Alla fine di ogni incontro esce un passo. Piccolo, con una data, visibile. Non «migliorare l'equilibrio». Una telefonata, una conversazione, un'ora tolta a qualcosa e data a qualcos'altro. All'incontro dopo guardiamo se il passo c'è stato. Se non c'è stato, non facciamo finta e non alziamo il tono. Capire perché è già il lavoro: paura, agenda vera, obiettivo non tuo, oppure un passo che io avevo lasciato troppo grande.
Le persone che ne ricavano di più sono quelle disposte a fare quel passo tra una sessione e l'altra, anche storto. Le altre trovano il dialogo piacevole, si sentono ascoltate, e restano dov'erano. Il piacere della conversazione non è l'obiettivo. Ci sono amici bravissimi per quello. L'obiettivo è che, a un certo punto, la tua giornata contenga una cosa che prima stava solo nei pensieri.
Che cosa non è
Non è una chiacchierata in cui ti do ragione. Non è un piano motivazionale con le frasi da attaccare allo specchio. E non è una psicoterapia. Se il tema è un sintomo che ti toglie il sonno, un lutto che non si muove, un disagio che non dipende da una scelta, te lo dico. Sono psicologa, e tengo le due cose distinte apposta. Confonderle non aiuta: o si chiede al coaching di curare qualcosa che non gli compete, o si chiede alla terapia di darti un obiettivo trimestrale mentre hai bisogno di altro.
A volte, dopo un percorso psicologico, il coaching ha senso: la persona sta meglio e vuole decidere. A volte è il contrario: si parte da una scelta e si scopre che sotto c'è un nodo più vecchio. In quel caso mi fermo e lo dico, senza trasformare la sessione in una terapia mascherata.
Quanto dura. Non c'è un pacchetto uguale per tutti. C'è un primo incontro in cui capiamo se è il lavoro giusto, e poi un numero di incontri che dipende dalla questione, non da un listino. Se a un certo punto il lavoro è fatto, ci si ferma. Continuare per abitudine non è un buon uso del tempo, né del tuo né del mio.
Se ti riconosci nella persona che funziona e che però, la sera, sa di stare rimandando una cosa che conta, non serve una crisi per farsi sentire. Basta una soglia, e la voglia di non lasciarla nel cassetto un altro anno.

L'autrice
Daniela Laurenti
Psicologa e Coach ACC certificata ICF. Accompagna privati e aziende, e scrive di scelte, lavoro e arte.
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